• Un progetto dell'Ufficio Comunicazioni della diocesi di Padova
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Ci sono esperienze che i bambini reclamano come un loro diritto. Hanno ragione. Promettiamo loro di esserci sempre quando hanno bisogno, di prenderci cura della loro mente, nutrire la loro anima.

Non è un mistero che non siamo sempre fedeli alla nostra promessa e quando accade i bambini ce lo fanno sapere.

Ci capita di chiamare “capricci” quelli che sono “modi della frustrazione”, messaggi di una connessione perduta e di un umanissimo scarto tra le nostre risposte e le loro domande. Umanissimo.

Proprio in questi momenti i bambini desiderano sentirsi pensati, sentirsi sentiti, sentirsi contenuti. Quale posto più sicuro per la loro mente della mente di un padre, per i loro sentimenti del cuore di una madre. Quale posto più sicuro delle braccia di colui che li comprende e li pacifica.

I bambini hanno bisogno di stare dentro uno spazio che è più grande della loro frustrazione, dentro un desiderio che è più grande dei loro bisogni. Dentro una tenerezza smisurata, debordante, pacificante.

Diamo forma a questo desiderio quando legittimiamo i “modi della loro frustrazione”, trasformandoli in una fonte per una conoscenza più profonda di sé. Riconoscerli in ciò che esprimono, sentire il valore dei contenuti che ci portano, resistere al nostro bisogno di rendere simili le loro pietre preziose alle nostre, è il primo passo, il più difficile, per indicare loro che nulla è definitivo, tutto si può cambiare, e che, più-in-là, qualcuno li aspetterà sempre con le braccia aperte.

Michele Visentin
dirigente scolastico e formatore